venerdì 20 settembre 2013

Che cosa mostro in quest'altra mostra

Luciano Ghersi, 2013
Che cosa mostro in quest'altra mostra
scarica testo in formato PDF

Più di trent'anni or sono, un noto gallerista milanese mi offrì di allestire una mostra dei miei lavori tessili, che in sostanza erano tappeti ma già allora si mostravano diritti come arazzi o tappezzerie murali. In quel torno di tempo, anche il noto Missoni esponeva a Milano i suoi arazzi, che in sostanza erano Quilt cioè come dei mosaici, composti da ritagli della sua pregiata maglieria.
I cosiddetti Arazzi, di Missoni o miei, erano allora (e tuttora) articoli insoliti a mostrarsi in gallerie, cioè in ambienti destinati alle mostre di pittura. Forse per questo, il gallerista mio mi propose di comporgli un breve saggio esplicativo, che poi fu intitolato "Cosa mostra questa mostra" 1) ed imposto agli ignari visitatori. Non ce la si fece lo stesso: fummo sconfitti dalla spietata legge di mercato, che recita: "L'arazzo non si vende che da Lugano in su."
Pure in quest'altra mostra di Arazzi nei Palazzi, in sostanza ci mostro dei tappeti, sebbene etichettati come opere tessili (mai più come Arazzi), ed altre opere tessili come: una poltrona, una bicicletta e un piccolo telaio da tappeti, concepito e costruito da me stesso, e dunque opera tessile di tessitore (ed opera importante forse più del tessitore, come qui si potrà leggere).
Occorre forse intendersi sul termine "tappeto" e su quello di "arazzo". Per le sue modalità di installazione, Tappeto è un'opera tessile che sta principalmente sopra un pavimento e, nelle culture nomadi, al suolo di una tenda, cioè tendenzialmente orizzontale. Arazzo invece, è un opera tessile che si espone verticale come i quadri e la pittura in genere, questa regina delle belle arti, che sono distinte dalle arti applicate, dette anche minori... ma senz'altro inferiori. L'Arazzo evoca l'Arte per il suo rapporto equivoco con la pittura (sul quale torneremo) mentre invece il Tappeto ci fa pensare inequivocabilmente all'Artigianato. il mio problema di reputato artista è che ho sempre cercato di raggiungere il livello creativo di un autentico artigiano... ma a parte la questione personale, l'equivoco è storico e culturale.
Si sa che l'Homo Sapiens si allontanò dall'utile (dal cosiddetto Utile) nel Paleolitico: con l'invenzione del celebre scalpello, che fu letteralmente e forse, letalmente, la prima pietra della cultura umana... anche se pochi umanisti sono disposti ad ammetterlo. L'Homo di allora non aveva affatto il fisico né dentatura né apparato dirigente del Predatori ma volle imitare i carnivori e probabilmente, ingraziarsi la femmina. Allora si inventò di scheggiare le selci, ottenendo quel margine tagliente che gli permise di scarnificare le carogne avanzate dai Predatori autentici. Da ciò proviene il Mito dell'uomo cacciatore... che di fatto era soltanto uno sciacallo, con la protesi dentaria del suo ciottolo scheggiato in ossidiana. Ma si vede che alla femmina esso piacque, insieme coi brandelli di carcassa che l'erano offerti, sicché il Mito e il Tipo del cacciatore si perpetuarono. E' naturale sì... ma è indubbiamente pure culturale.
il Tappeto ha invece la sua origine nelle culture nomadi che, esattamente come certe Arti, sono ovviamente stimate minori o inferiori. Sembra che i Nomadi inventassero il Tappeto con l'obiettivo "utile" di isolarsi dalla fredda superficie delle steppe. I Nomadi non usano di sedie, che sarebbero d'ingombro al nomadismo equestre o cammellato, ma preferiscono sedere a terra con le gambe incrociate, sopra tappeti appunto, che gli scaldino le natiche (l'avvento delle sedie sarà indagato oltre).
Intanto osserviamo che i Nomadi hanno pure dei tappeti esposti in verticale alle pareti della tenda. Ciò banalmente, può giustificarsi col succitato isolamento termico. Ma i Nomadi hanno tappeti ulteriori, che essi cuciono in foggia di sacchi, ove stivano granaglie, indumenti e ogni loro fabbisogno per la vita quotidiana. Quando i tappeti a sacco non vanno su cammello, possono stare ritti nella tenda, tutti accostati come un colonnato, panciuto e poìicromo, che  funge pure da parete attrezzata, non essendovi cassetti né mobilia nelle tende.
Essi fanno per sè altri tappeti, acconciati come borse, selle e articoli molteplici, per la cui utilità non sarebbe necessario di essere tappeti. Ma l'essenza di Tappeto è loro necessaria per dei motivi inutili, cioè culturali.
Si può dire che le culture nomadi, dal Mahgreb alla Siberia, siano tutte ossessionate dal Tappeto, che esse nutrano per esso una morbosa attrazione culturale. Il succitato isolamento termico è soltanto un pretesto funzionale: un po' come l'automobile o il telefono mobile, che sono pure oggetti più che altro culturali ma che, oltre l'efficacia normativa e identitaria , sono scarsamente utili e persino nocivi... per lo meno rispetto ai tappeti, che non hanno mai fatto del male a nessuno, se non quando arrotolati per nascondervi un sicario.
Al principio, il Tappeto fu artifizio delle femmine, che manipolavano, tingevano e tessevano il pelo del bestiame di famiglia. Quest'artifizio piacque, sicché si perpetuò, assurgendo a livelli di estrema raffinatezza. Infatti, alcuni dei rozzi Pastori, da capifamiglia che erano, poi vennero a capo di imperi: dalla Cina alla Persia e la Turchia, fino in Andalusìa. E tutti ancora e sempre, con la fissa del Tappeto, però sempre più prezioso e raffinato: sfoggiare il lusso era allora imperativo. Inoltre mentre prima, su dal fondo dei tappeti primitivi, emergevano segni e disegni femminili, invece dopo, all'epoca Imperiale, le femmine furono al massimo addette al lavoro manuale:  ogni disegno fu compito esclusivo di artisti e pittori di corte. Il disegno del tappeto fu da allora concepito mentalmente, poi tracciato ed espresso su carta ed infine ricalcato, nodo a nodo, nel tappeto. Una rivoluzione culturale insomma... con il mito del potere imperiale in filigrana e in superficie: ci si afferma il fallo/logos, il fallogocentrismo di Derrida e soci.
Gli Arazzi invece, stanno proprio di casa nei palazzi del Potere,  o pure in Chiesa, non fa molta differenza: sempre in possenti opere in muratura e rappresentative di un potere verticale. Sicché pure gli arazzi, tutti quanti sull'attenti. mai più giù come tappeti.
Dalle chiese e palazzi, gli arazzi si spostavano pure. Corbusièr che, a suo garbo, disegnò vari arazzi, sostiene che un arazzo è "l'affresco portatile per i nomadi moderni": colti e stimati professionisti, soggetti anche a migrare per appartamenti urbani. Per loro, l'arazzo sarebbe una sorta di pittura pieghevole, che può arrotolarsi come uno schermo video e trasferito ad altra dimora. Questa storiella promozionale non si è poi rivelata troppo convincente, per lo meno non a sud di Lugano, come seppe il gallerista milanese... che però era svizzero. E fu proprio l'origine svizzera che l'indusse al gesto sconsiderato di presentare a Milano una mostra di arazzi per quanto, sotto sotto, si trattasse di tappeti.
Sostanzialmente, a differenza del Tappeto, l'Arazzo non è ma racconta soltanto. Il Tappeto può mostrare certi concreti segni tribali oppure aleatori individualmente... ma sempre decifrabili accademicamente da semiologi, antropologi o psicoanalisti...). 2) Al contrario, l'Arazzo non manipola segni concretamente materici ma disegni pittorici, per il cui mezzo rappresenta una storia e più volentieri un Mito, cari comunque al committente dell'arazzo. Tal era infatti, la storia dell'Arazzo. Quando poi l'Arte Contemporanea si affrancò dal servaggio ad ogni forma e tecnica, pure l'Arazzo le teneva dietro. Così come la Pittura, pure l'Arazzo perse il suo sussiego di raccontare Storie e rappresentare Miti. Dopo il crollo degli Imperi con i relativi Miti, il Potere si redistribuisce periodicamente non più con periodiche guerre o usurpazioni ma di preferenza, con manovre finanziarie. Di violenza ce n'è sempre ma non deve comparire sulla scena, questa è tutta impiegata per rappresentare il possesso di oggetti di valore, il che dà sempre Credito perché lo presuppone. Dal tramonto degli Imperi, il nuovo mito non è sangue né oro ma più semplicemente, un luminoso Credito... sempre insieme con l'oscuro ma indispensabile Debito.
 L'opera d'arte corrente di conseguenza, si adegua ed attesta il Mito moderno del Credito. Il suo valore consiste nel credito d'Autore: nel di lui prezzo quotato in mercato. Ciò non ostante,  l'autonomia creativa dell'Artista (corrente o fuori corso non importa) oramai è assoluta per principio, pure nel caso si creino degli arazzi. Sicché oggi, per gli Arazzi nei Palazzi, le artiste compagne di mostra mostrano raramente arazzi veri e propri, tipo quelli di Carlo il Temerario... né  mi dispiace affatto.
Quando Carlo il Temerario di Borgogna trasferiva la sua corte nei siti più opportuni alla conferma del proprio dominio, si portava arrotolati i propri arazzi e colà li tendeva e ostentava opportunamente: nelle foreste dove gli rizzavano i suoi padiglioni di caccia o in grandi piazze addobbate a tornèo. Non c'era ancora cine né televisori, il popolo guardava a bocca aperta, se ne impressionava e, apprezzando ogni disegno e il prezioso lavoro impiegato per realizzarlo, era indotto con dolcezza all'obbedienza di Carlo il Temerario suo signore. Poi l'arazzo giocò un ruolo rispettabile sulla scena del potere rinascimentale, barocco e fin anche sovietico. Più di recente, gli arazzi si appendono pure dentro le Banche. Una celebre arazziera contemporanea deve in parte la fama al suo matrimonio con il Direttore di una Banca di Stato. Però la mia scelta di esporre tappeti, invece che arazzi, in questa mostra Arazzi nei Palazzi, non è meramente politica.
Non ho esperienza tale da produrre un tappeto perfetto a regola d'arte tradizionale. Né mi curo più fibre o di tinture di naturali: ogni materiale è buono, a partire dal più vile, dagli involucri in plastica evacuati dal circùìto dei consumi come rifiuti, fino agli stracci più o meno preziosi... ma sempre stracci sono, indiscutibilmente. Credo che l'Arte (mi si passi la parola) non possa limitarsi al trattamento di materiali nobili e possibilmente durevoli: qualsiasi materiale è compatibile con l'arte, pur lo sterco di elefante presentato in Venezia alla Biennale.
Il trattamento artistico (diciamo) degli stracci e persino della plastica non è una mia trovata avanguardista o ecologista ma è invece, una pratica corrente nell'arte tessile contemporanea di officina popolare. Attenzione: un "Boucherouite", che è il tappeto di stracci di uso popolare nel Marocco, può oggi valere migliaia di euro, pure se gravemente danneggiato. Se Boucherouite è una tipologia, in questa mia mostra ce n'è vari esemplari: anche la Bicicletta cui accennavo sopra, è a suo modo un Boucherouite... ed è pure un pezzo autentico perché è realmente e lungamente usato, fabbricato per gli usi di famiglia, non per un committente né per un mercato. 3)
Tornando propriamente sul Tappeto, per quanto mi concerne, non eseguo un disegno preventivo ma sviluppo solamente certe tracce di figura tra le varie brulicanti allo stato nascente del tappeto. Non sono neppure ispirato da moduli figurativi tradizionali sebbene ne emergano spontaneamente, perché sono provocati dall'apparato statico e dai ritmi dinamici del telaio stesso. E' lì che sta il cuore della creazione ed è ad esso che cerco di adeguare i miei gesti operativi... altrimenti, non si suona di strumenti.
C'è un processo creativo squisitamente artistico (mi passi l'equivoco aggettivo), che si esprime nella tecnica gestuale di annodare e di tessere un tappeto, anche se, e soprattutto se, non si tratta di copiare dei disegni programmati sulla carta. E da artista, quale sono reputato, fui sempre appagato e spiritualmente felice nell'applicarmi al mestiere dei tappeti. Per questo ho ritenuto che valga la pena di esporre i miei volgari tappeti in questa mostra di Arazzi nei Palazzi.

SALA DEI RITRATTI
I tappeti che ho sospeso nella Sala dei Ritratti sono anche un omaggio a Bruno Munari. Per l'equilibrio dei mobili sospesi, ho infatti utilizzato una tipologia di Macchina inutile inventato da Munari (e non da Calder). Ho aggiunto l'accessorio di un ventilatore, per movimentare la scena, e una colonna sonora che spero gradevole, realizzata dal mio Musico in totale autonomia. La scelta di installare tappeti diciamo, volanti nacque dal fatto che questi lavori hanno due facce come le monete. Sicché, mentre che girano, si possono ammirare tutte e due le facce, infatti quel lavoro è chiamato Double Face. Questi tappeti (tecnicamente: "Kilim") sono pure traslucidi perché sono fatti di film trasparente per imballaggi, più o meno colorato ma sempre di recupero. Con l'opportuna illuminazione, si dovrebbero ottenere effetti controluce, rifrazioni e proiezioni sulle pareti. Le pareti alla Sala dei Ritratti sono particolari, contenevano in origine i ritratti di famiglia dei padroni del palazzo.... il che rese questa sala l'ambiente più uggioso per tutti gli ospiti, sebbene fornito di un enorme camino, di officina dubbiamente palladiana.
Oggi però, tutti i quadri sono stati rimossi e ne restano soltanto delle cornici bianche, modellate alla parete con lo stucco. L'unico piano liscio in tutte pareti è appunto il vuoto lasciato dal quadro, tutto il resto non è altro che una griglia delirante di modanature, di officina forse tardo-palladiana. A 8 metri di altezza, oltre i tappeti che girano per l'aria, c'è una volta incombente di affreschi rutilanti, che terrei ad oscurare. Rimuovo anche i tendoni da soffitto a pavimento, tutti graffiti di scritture palladiane ma che velano i vani delle finestre con certi antichi ed imponenti caloriferi, sicuramente post-palladiani.
Per descrivere la nuova situazione che si andava costruendo in questo ambiente, ho scritto al Musico che mi chiedeva lumi per sonorizzarle il set, questi appunti in forma di poesia.
La pittura non c'è più
ora c'è la tessitura.
I signori sono estinti
come i grandi dinosauri
Ai palazzi del potere
son volati i tappeti come rondini,
dalle tende dei Nomadi
di Mahgreb o di Mongolia
ma le greggi son scomparse
non ci resta che la plastica.

SALA SUCCESSIVA
La Sala Successiva contiene ciò che Alberto Boralevi (autorità mondiale in fatto di tappeti) ha chiamato il Tappeto Bicicletta. In sostanza è una bici di recupero, rivestita con cascame di cimosa delle stoffe industriali. il cascame si presenta in origine come una lunga striscia, alta un pollice circa, che fa un nastro peloso e sfilacciato. Avvolgendo strettamente questo nastro sulla bici, ho effettivamente ottenuto un tappeto con in pelo in rilievo e assai confortevole nell'inforcarlo. Purtroppo il prolungato uso ciclistico per una bella e fètida città d'Italia, lo espose al sudiciume metropolitano. Nonostante i lavaggi, il colore originale, di rosa ben sgargiante ha sbiadito e incupito mentre il pelo ha infeltrito. L'effetto originario, si intravede ora soltanto nelle zone sottoposte a restauro integrativo con inserti dello stesso cascame originale.
La bici è il veicolo tipico della libertà, che è pur libertà di tessere tappeti volanti: Come? tanto per cominciare, facendo volare la fantasia, fluidificando gli schemi mentali. Ma questo non basta, occorre pure sentire la bestia o diciamo la materia o diciamo le forme vitali ben presenti nei fili, ignorando progetti e disegni precostituiti. Come s'è accennato sopra, tutto questo processo produttivo si focalizza all'interno del telaio, il cosiddetto telaio tribale, che, in formato ridotto, sta esposto nella Sala ed, in formato ancora più ridotto, emerge come icona dal disegno informale di un altro tappeto qui esposto, che ha un titolo teatrale: Il Telaio nel Telaio.
A parte la bici, che può sempre montarsi e pedalare, tutti i tappeti esposti in questa sala sono dunque volanti com'è appena descritto, però stanno fissi al muro come degli arazzi. Soltanto un tappeto obbedisce al suo ruolo originario di Tappeto e se ne sta disteso quasi giù per terra: su di una pedana. Avrei fatto anche a meno di questa pedana, mi è stata imposta per motivi espositivi, perché servisse a distanziare il pubblico da un'opera ulteriore, pungente e rischiosa. E' una poltrona in ferro, che ho tappezzato con certe falde in filo spinato, da me stesso tessute in precedenza, grazie al classico e tribale telaio da Tappeto. Questo lavoro si chiama la Quarta Poltrona del Buon Governo perché le prime tre stanno dentro al Giardino di Daniel Spoerri, che è un noto parco di arte moderna. Invece questa quarta ha dimora nel Giardino di Ghersi a Porchiano, in compagnia di molteplice verdura. Poltrone di Governo chiaramente non agibili, perché forse il buon Governo risiede nel non-agire, come sta scritto nel Libro del Tao... o forse ogni Governo è di per sé malvagio.
Qui però, sulla pedana c'è dell'altro:  un tappeto è inserito sotto alla poltrona. Secondo quanto scrive Sheila Grunico:
"Nel suo Tappeto Sottoposto a Poltrona, certamente l'Artista volle alludere alla storia involutiva di quell'umanità, che abbandonò la tradizionale postura accosciata (a terra, con o senza tappeto), per ridursi ad assumere la sedia come mezzo di riposo e di lavoro. Chi oggi siede a terra è guardato con sospetto, quasi avesse intenzione di meditare, di mendicare o di commettere azioni vergognose quali, ad esempio, massaggiarsi i piedi, sdraiarsi, magari a dormire di fronte a tutti... azioni che tra Nomadi e non solo, sono invece frequenti e rispettabili.
In origine, la sedia era un puro arredo di governo, riservato in esclusiva alla classe dominante per sua postura rigida nel cerimoniale. Da troni e da cattedre, tale postura poi divenne universale: fu un successo democratico e sociale? No, è piuttosto il retaggio maledetto di una classe abominevole, che è giunta a modellare il corpo di ogni suddito a propria immagine e somiglianza... "Oggi s'è arrivati al punto che un tappeto è sempre messo sotto i piedi", sembra concludere, amareggiato, l'Artista." 4)

NOTE
1) Ristampato in L'Essere e il Tessere, 1.7.
2) Paul Vandenbroeck, Marija Gimbutas ecc. Azetta. L'art des femmes berbères, Société des Expositions du Palais des Beaux-Arts, 2000.
3) LG, Dove volano gli stracci, in Stile Libero, Verolino 2012.
4) Sheila Grunico, ll solito Ghersi, inVanity Art, 1, 2013.

scarica testo in formato PDF


aa

Nessun commento: